Arrivano le linee guida Ue sul pesce per uso alimentare
La parola d’ordine è tracciabilità. Con il disegno di legge sullo sviluppo, votato ieri in Senato per l’ok definitivo, arrivano nuove norme anche per mercato ittico. Per i consumatori è diventato sempre più difficile distinguere la qualità del prodotto. Pescato, d’allevamento, decongelato, in scatola e surgelato, le varie tipologie ittiche per uso alimentare.
A volte quello allevato viene venduto come pescato e in alcuni casi anche quello decongelato, un prodotto fresco all’origine, congelato per il trasporto per poi essere scongelato per la vendita. Per provare a mettere fine al far west il governo ha adottato alcuni criteri stabiliti dalla comunicazione attuativa della Commissione europea del 22 giugno del 1998. Con dieci anni di ritardo, però. In pratica in Italia, d’ora in poi, ogni partita di pesce dovrà essere identificabile. Bisognerà indicare il nome del peschereccio (o la ditta d’allevamento) che lo ha catturato e in quale data, il peso da vivo (in chilogrammi), l’arma adoperata e infine il nome e l’indirizzo dei fornitori.
Ora toccherà al ministero delle Politiche agricole mettere a punto l’etichettatura, tramite apposito decreto attuativo. Tuttavia c’è chi eviterà questi obblighi. Nel testo, infatti, sono escluse le «imprese titolari di imbarcazioni inferiori ai 15 metri» ma soprattutto «tutte le partite di pesce inferiori ai 15 chilogrammi». La guerra sull’etichettatura dei prodotti alimentari è in atto da diverso tempo. Un braccio di ferro tra Unione europea, Paesi membri e imprenditori dell’acquacoltura che chiedono regole chiare e bollini di qualità, per indicare gli allevamenti sostenibili.
L’obiettivo è attenuare l’invasione sul mercato comunitario del pesce asiatico allevato grazie a norme poco chiare e controlli quasi inesistenti. Oggi quasi il 50 per cento del pesce per uso alimentare è di allevamento. Un settore che solo in Europa impiega in pianta stabile più di 65mila persone. La domanda continua a crescere anno dopo anno tanto che il 60 per cento del consumo europeo di pesce e frutti di mare provenienti dall’acquacoltura è di importazione. Arrivano soprattutto dall’Asia, con la Cina che è in pochi anni è diventata il primo produttore mondiale.
Proprio per questo l’Unione sta rivendendo le norme di riferimento e vuole mettere a punto un piano per finanziare il settore. In Europa il nostro Paese è tra i principali produttori di frutti di mare, trote, salmoni e carpe assieme a Francia, Gran Bretagna, Grecia e Spagna. Vista come una possibilità di sviluppo per le aree in cui l’unica risorsa è il mare, la Comunità europea vuole puntare sulla ricerca scientifica, la qualità del prodotto e lo sviluppo di tecniche di allevamento sostenibili.
I finanziamenti previsti nello Strumento finanziario di orientamento della pesca (Sfop), saranno dati alle aziende che vogliono ammodernare gli impianti e ridurre sia l’impatto delle tecniche adoperate che le sostanze tossiche dannose per la salute umana. Se da un lato è innegabile che nei mari gli stock di pesce si stanno esaurendo, l’acquacoltura non sembra una soluzione.
Sotto accusa le sostanze chimiche, sotto forma di farmaci, utilizzate negli allevamenti, la qualità dei mangimi sintetici e l’inquinamento delle acque. In più, secondo gli ambientalisti per nutrire un chilo di pesci d’allevamento ne servono almeno altri cinque di mare